Per N.

Avere ancora il tuo odore addosso e pregare che non scompaia. Nel silenzio asfissiante di queste giornate, l’immagine del tuo sguardo che si punta nel mio, della tua mano che mi sorregge, l’eco di parole sussurrate e mai prima confessate, d’improvviso arrivano a illuminare questi istanti. Ogni volta è un sussulto, un palpito segreto che condisce queste ore.
Non me lo aspettavo.

Domani parto, vedrò il mare. Sovrapporrò il tuo viso e i nostri alibi a quel cobalto in movimento. Forse dimenticherai quel ch’è stato, non vorrai più riviverlo. Se tu sapessi il vortice che avevo dentro mentre ti mentivo e ti assicuravo un sì senza conseguenze, mi chiederesti perché. Ti arrabbieresti, forse.
Io non so dirti il perché, mi dispiace.

O forse sì, saprei risponderti. Ti direi che una donna fa anche questo, e poi fa finta di niente. Accetta di fingere, e se ciò che desidera è a portata di menzogna, si assumerà il rischio e il carico delle conseguenze, ma solo dopo. Accetta il compromesso di una gioia in cambio di una sofferenza. È stupido, forse, ma è l’insensatezza più sensata che conosca.
Io vivo così: così ho accumulato emozioni e sventure nel mio grembo. Così so vivere, così mi guadagno la spinta a campare.

Ho deciso di dirti di sì, ieri notte. Ho lasciato che la tua mano mi sorreggesse, che il tuo sguardo mi percorresse, che la tua lingua mi cercasse. Avevo bisogno del contatto, volevo sapere se ci saremmo incontrati, nella via da me a te. Non ci speravo più, credevo che su di te io esercitassi il magnetismo di un sasso, il fascino di un pezzo di legno. Nonostante il silenzio, io credo che ci siamo toccati, anche se per poco.
È stato bello, ieri notte. Non è stato uno sfogo, non è stato il premio di un bisogno solitario. È stato un incontro. I tuoi occhi hanno scovato il mio viso, la tua voce diceva il mio nome. Ho tremato, ieri. Una paura folle e una gioia non prevista scivolavano con il nostro sudore giù per schiene e natiche. Mi chiedo, il tuo naso ha annusato i miei segreti, le mie labbra hanno sfiorato le tue cicatrici? Non lo so, ma mi è piaciuto.

Chissà cosa pensi di me, ora. Vorrei che mi tenessi ancora in alto nel tuo pensiero. Ho paura di sentirmi cadere nell’abisso di falsi giudizi e cattive reputazioni, di vedermi precipitare nel baratro della tua noia. Credo che tu sia più intelligente di così, spero che capirai.

Mi scopro a fantasticare di incontri futuri, di risate e complicità, di occhi che si allacciano nel clamore di una festa o nel buio di una strada, e capisco il pericolo. So che è esattamente ciò che non doveva succedere, il fatidico effetto collaterale che volevi evitare. Io sapevo che era impossibile scansare questo bene, questo affetto farcito di fantasie che mi avvolge inesorabile dopo ogni passione, per quanto breve. Mi conosco troppo bene per sapere che mi è impossibile non cercare il legame, dopo notti come questa. Per questo ti dico che mi assumo la responsabilità di averti mentito, e che non me ne pento. Non provo rimorsi nell’averti strappato un’ora di… Di cosa? Non so nemmeno io come chiamarlo. Un’ora di contatto, forse. Che nome odiosamente neutro. D’altronde, non ho altri termini con cui definirlo. Sei un essere talmente sfuggente che anche solo il gesto del contatto, con te, assurge a impagabile ricompensa. E tant’è.
Un’ora: non posso dire che mi sia bastata, ma mi adatto alle tue tormentate esigenze di solitudine. Dunque, un’ora, pure falsa, pure fugace, pure già da te dimenticata, ma mi basterà.

Devi sapere che il sesso, per sua intrinseca natura, è un legame. Nel sesso siamo completamente noi stessi. Senza nascondigli, né giustificazioni. Noi, senza veli: fisici e psicologici. “Conoscersi”, biblicamente parlando, significa questo. Mai come attraverso il sesso si conosce l’altro e se stessi. Significa aprirsi a qualcuno e invitarlo a entrare; significa rendere l’estraneo familiare.
E farsi conoscere così intimamente comporta per forza un legame: una gratitudine, una complicità volente o nolente. Nulla di più atavico.

Tra tante persone, ieri notte io ho scelto proprio te con cui condividere questa profonda intimità. Non può essere un caso, capisci? Io non credo al caso. Io ho deciso di farmi conoscere nel modo più diretto e inequivocabile che ci sia. Ti ho mostrato i miei angoli bui, ciò che i nostri sofismi diurni non potevano esplorare.
“Esagerata”, starai sicuramente pensando, “cosa hai potuto mostrarmi in un’ora striminzita e povera di parole?”. E su questo ti sbagli. Ho imparato sulla mia carne, dalla mia carne, che ciò che conta di me non ha bisogno di raffinate argomentazioni per giungere a destinazione. Forse non capirai, ed è normale. Non puoi neanche immaginare che passato ha, la mia carne. Ti basti sapere che ieri hai toccato la me stessa nascosta, la mia percentuale di silenzi, oltre a un corpo incredulo.
Per questo, un sì senza conseguenze è una bugia palese: lo è sempre stata.
Come scrisse una volta Alda Merini: “Dio mio, spiegami, amore, come si fa / ad amare la carne senza baciarne l’anima”.

Nonostante ciò, nessun inganno: solo le conseguenze di quel fatidico sì. Accetto di vivere il “dopo” racchiudendolo dentro di me, come qualcosa di privato, che non ti è dato conoscere, non per forza, non adesso. Come vedi, mi assumo la mia responsabilità di donna che si apre a un uomo, lasciandolo navigare libero nelle proprie inquietudini.
Questo è uno scacco alla regina: il re è salvo, e con lui il poeta.

Oggi ti penso e mi impongo indifferenza. Oggi, ti lascio scivolare nel ricordo, in attesa che sia tu, se vorrai e solo se vorrai, a ripescare quella notte, e farla diventare una notte nuova. (E lo so, lo so, che non vorrai, ho imparato a sotterrare le illusioni, ma lasciami giocare di retorica, ultimo vezzo contro la dura realtà).

“Fu la fine della notte perché lui non si azzardò a giocare giochi proibiti con una donna che gli aveva dato troppe prove di conoscere l’altra faccia della luna”. Così si spezzano certi amori al tempo del colera.

Seduta tra queste mura sgombre, attendo allora che anche il mio profumo evapori dal tuo corpo. Forse lo ha già fatto.

Buon estate e buona fortuna, N., quando torno ti racconto il mare.

Amplesso

Via le giacche, le scarpe, i jeans. Il letto è morbido, le luci sono soffuse. Le bocche sanno di vino, le mani sono ancora impregnate del gelo invernale. Senso di piacere e un’attesa che finisce: finalmente accade. Le pance sfregano, le labbra esplorano, gli orologi rimangono impigliati tra i capelli.

Ogni tanto lui alza gli occhi. Clara pensa che voglia guardarla meglio, che voglia vedere il suo viso mentre stanno per fare l’amore. Niente di strano, gli uomini vogliono sempre guardarti. Clara non si stupisce, anche se un leggero fastidio la attraversa. Non ama essere guardata, vive il suo corpo con vergogna e segretezza.

All’improvviso, lui si blocca. La fissa, poi guarda giù, verso i loro grembi che combaciano. E dice: “Non capisco”.

“Non capisci cosa?” gli chiede lei.

“Non capisco… Io non ci riesco”. Sembra confuso, ma non imbarazzato. La sua fronte corrugata si sforza di capire cosa accade, ma non si vergogna dell’insuccesso, il che piace a Clara. Lei sminuisce, dice che non fa niente, che può capitare. Parla in fretta, balbetta, ha paura di sembrare bugiarda. È solo terribilmente ansiosa di piacergli lo stesso, di metterlo a proprio agio.

Matteo ha il volto impassibile. Si stacca da lei, ma continua a guardarla, e infine la fulmina: “Io sento che non vuoi”.

Un’antica ferita che brucia. Ricordi che appaiono e scompaiono in un secondo. Il peso di essere stata usata e gettata via tante volte torna a galla. Ma non c’è solo questo. Insieme, c’è lo stupore per quel ragazzo dal volto da bambino e i modi da uomo, che le dice che non gli viene duro se lei non vuole. Clara è confusa. Pensava di volere, ma forse ha ragione lui, forse non vuole. Stasera non vuole.

Clara non si ricorda quante volte pensava di volere e invece non era vero niente. Quante albe l’hanno sorpresa sola e scarmigliata, tra lenzuola e sensi di colpa. Quanta disattenzione, quanta indifferenza, quanto disinteresse le si era appoggiato addosso, facendo i propri comodi e poi via, una volta soddisfatto.

E ora questo strano ragazzo, nudo, calmo e sicuro, che le dice “io non ci riesco” e “sento che non vuoi”. Clara si sente come avvolta in una coperta. Per la prima volta non ha paura. La frenesia è finita. Guarda i suoi gesti lenti: le mani che entrano nelle maniche, le gambe nei pantaloni. Il ragazzo dal volto bambino la imita, docile. Clara ha voglia di ridere e piangere.

Si addormenta serena, con la sensazione di aver appena regalato il suo cuore a quell’uomo bambino che la stringe e che sa aspettare, e un pensiero su tutti la invade: nessun amplesso sarà mai così bello come questo mancato.

Egon_Schiele_-_Liebespaar_-_1913

Una donna

Una donna giaceva nuda sul letto. C’era stato qualcosa in quella stanza, ma non sapeva come chiamarlo. Un uomo si alzò e cominciò a rivestirsi. C’era stato qualcosa in quella stanza, ma non si preoccupava di sapere cos’era. L’uomo mentre si rivestiva parlava: parlava mentre si infilava le mutande, parlava mentre si metteva i calzini, parlava mentre indossava i pantaloni, parlava mentre si abbottonava la camicia. Aveva un sorriso soddisfatto stampato addosso. C’era stato qualcosa in quella stanza, e gli bastava così com’era. La donna restava muta, accucciata come un cane, con occhi da cane, quegli occhioni lucidi dei cani tristi quando il padrone esce, o magari va in vacanza e non torna. La donna giaceva sul letto, nuda, e si chiedeva cosa fosse quello che c’era appena stato in quella stanza. Sperava che la sua vellutata e tiepida nudità attirasse quell’uomo che parlava così tanto senza fermarsi mai, e che gli strappasse almeno uno sguardo, una carezza. Ma l’uomo era troppo impegnato a parlare allacciandosi le scarpe. Allora la donna dagli occhi tristi osservava il soffitto, e taceva. Arrivò il momento che l’uomo doveva uscire. “Ho un impegno” disse. Le sorrise, le mandò un bacio da lontano, uno di quelli frettolosi che mandi agli amici che incontri per strada e non te li aspetti proprio lì, su quel marciapiede, in quella parte di città. L’uomo la salutò così, quasi stupito di trovarla in quello stato, ancora svestita, sdraiata nel letto. Poi uscì chiudendosi la porta alle spalle.

La donna rimase immobile tra le lenzuola sfatte. C’era stato qualcosa in quella stanza, ma non sapeva come chiamarlo. Era da un po’ che ci pensava, e non era più sicura che “amore” fosse il nome giusto.

Hopper, Excursion into Philosophy 1959