Lettera all’amico mai avuto

Caro amico che non ho,

Sono gli anni più brutti della mia vita. Mi rendo conto solo ora di tutto il tempo perso a fuggire l’esperienza. Quante risate mai scoppiate, quante benefiche ferite evitate, quante fughe da casa rimandate; quante albe sulla spiaggia non mi hanno tolto il fiato, quanti patti solo segreti, quanti progetti rimasti fantasie; quante bugie, passi indietro, dimenticanze. Quante scoperte non ho fatto su di me e di te, sugli altri, sulla gente e le sue miserie e le sue bellezze. Quanta vita viva e vissuta che ho perso, amico mio; quanto ho perso anche di te, che triste mi guardi e ti chiedi perché.

Quanti pianti ho frenato per pudore, quanti muri ho alzato, con quanti brindisi non ti ho celebrato. Quanta rabbia ti ho taciuto senza che tu potessi conoscermi per quella che ero e che sono; quante liti e riappacificazioni ho impedito senza vederne il cemento per il nostro legame. Quanti concerti saltati, regali mai fatti, appuntamenti annullati, treni mai presi. Quante amicizie rimaste semplici conoscenze. Quante chiamate riagganciate, campanelli lasciati muti, quante notti solitarie. Quante fulminee, sbracate confidenze alcoliche non ho ricambiato, quanta complicità ho temuto, quanta intimità ho spiato e invidiato. Quante luci spente, desideri inespressi, misteri irrisolti. Quanti panorami mai visti, sorrisi negati, mani respinte. Quanta ipocrisia non ha fatto spazio alla franchezza, quanta arrendevolezza ha celato la voglia di rivalsa. Quanta presunzione e quanta viltà non hanno accettato gli insegnamenti del necessario dolore. Quanti Grazie a rincorrere invano schiene e nuche già lontane, quanti Ti voglio bene rimasti nella mente, quanti Aiutami sulla punta della lingua. Non sospetteresti mai quanta gratitudine ti ho censurato, quanto amore non ho fatto traboccare; quanta paura mi stringe nella sua morsa, da sempre.

Mi chiedo se non sia troppo tardi per me, se il metallo con cui ho scelto di forgiarmi e dietro cui mi sono trincerata non si sia già pietrificato fissandosi per sempre. Ti sto chiedendo aiuto, amico mio che non ho. So che non lo merito, che ti ho tenuto fuori dalla porta, ancorato in un’attesa senza ricompensa, destinato ad una pena senza colpa. So che non ti ho lasciato entrare mai, so che sei l’amico che potevo avere e non ho voluto, per codardia e miope accidia. Puoi sostenermi lo stesso? Puoi incoraggiarmi, dirmi che “cala il vento, ma non è finita”? Puoi farlo per me? Così io crederò che c’è ancora tempo, che non tutto è perduto, che certa vita non ha scadenza ed è ancora matura per essere colta.

Rendimi fertile verso quel che verrà, coltivami ancora, lenisci il mio terrore incancrenito. Fammi nascere ed esistere, non solo essere. Stanami e addomesticami, sarò la tua volpe alle quattro del pomeriggio. Aiutami a vivere senza stagnare, gettami addosso la dura materia che evito sempre, rinfacciami la pratica che svicolo come Pindaro nel suo volo. Sbugiardami senza indulgere e senza infierire. Non immergermi, te ne prego, nel pantano dell’umiliazione: non ne uscirei viva, e tornerei all’inazione da cui è partita questa mia preghiera. Costringimi a fare senza dire, a cominciare senza aspettare, a sbagliare senza disperare.

Voglio e devo vivere, finalmente: vivere, e che non sia per sentito dire.

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Non-amante

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Non parlare, non ancora. Conosco la ferita dei non amati. La covo da anni dentro di me, con perversa gelosia.

Non voltarti dall’altra parte, ti prego. So cosa vuol dire ricevere un rifiuto, sentire un silenzio dall’altro capo del telefono, prendere atto di un’assenza prolungata che diventa scomparsa.

Non essere impaziente di andartene. Con l’amore negli occhi, ho guardato chi nei suoi aveva solo bramosia: sì, anche questo mi è familiare. Essere corpo per qualcuno per cui vorresti essere persona. Ho delle responsabilità anch’io in questo, non credere.

Ieri ho rifiutato un uomo. Come vedi, anch’io ne sono capace. Era premuroso, ironico, gentile, in ascolto. Ad ogni suo sorriso, ad ogni suo tenero apostrofarmi “bellezza”, una parte dentro di me moriva e si disperava. Caro, non poteva sapere che la sua cura evidenziava per contrasto l’incuria dell’indifferente che lo aveva preceduto. La tua incuria. I miei occhi piatti, senza vita, urlavano mancanza di slancio per lui, e insensato e morboso desiderio di te che non ci sei più, tu che non hai mai voluto esserci.

Avrei voluto che tu ti fossi fermato. Avrei voluto che tu mi avessi ascoltato come mai hai fatto. Declino i verbi al passato, poiché parlo di gesti perduti. Uso il condizionale, perché si tratta di parole rimaste nella sfera del possibile. Penso a un’occasione sfumata con la fine di una stagione.

A denti stretti, io mi sforzo. Cerco, e cercherò, di stare e di restare nella mancanza. Vivere ogni mio giorno pensando: “Ci sono braccia che non mi avvolgeranno. Ci sono occhi che non mi cercheranno. C’è una voce che non vibrerà per me. Nessun tocco incontrerà i miei capelli al mattino, le sue dita non mi scivoleranno addosso la sera”. Lo penserò. Dovrò farlo. E dovrò continuare le mie giornate.

Un’amica saggia mi ha ricordato che: “Per il tutto una data: e un punto per ogni intento sotto i cieli. […] Punto per abbracciare e punto per astenersi dall’abbracciare. Punto per cercare e punto per perdere”. Sarà il mantra dei miei nuovi giorni. Già so che ci saranno albe che mi troveranno determinata e in guerra contro di te, accanto a ore in cui sarò smarrita e sul punto di cedere.

In quei momenti – non lo nego – sentirò riemergere lo stesso pensiero, lo stesso desiderio. Vorrò di nuovo dirti, una volta per sempre: “Guardami. Abbi il coraggio. Assumiti la responsabilità di essere il mio nuovo, il mio ultimo non-amante”.