La 312

Quindi è questa. La 312. Bagno privato, vista sul cortile interno. È carina. Luminosa, pulita, confortevole. Pensavo che avrei provato una sensazione sgradevole entrandoci, e invece non provo niente. Che strano.

Guardo le mattonelle e il candore dei lavandini, sfioro il verde intenso della poltrona, mi specchio davanti all’armadio a muro. Osservo e tocco tutto, tranne il letto. Non ci riesco. Esco sul terrazzino per prendere aria. Non c’è niente da vedere, solo una scacchiera di finestre e balconi appassiti.

Rientro, e alla fine è inevitabile: il letto trionfa davanti a me, nella sua asettica comodità, nella sua ignara colpevolezza. Mi ci siedo, ma non mi sdraio. Resto senza emozioni, sento il ronzio del ventilatore.

È qui che hai amato un’altra. La ami ancora? Hai iniziato ad amarla qui, o ci sono state altre 312, prima di questa? E dov’è che hai smesso di amare me? Due anni fa nella casa al mare, o questo Natale da mia madre, o la primavera scorsa a Roma, quando mi sono ammalata e tu hai rinunciato al concerto a cui tenevi tanto? Quando ho cominciato a risultarti insopportabile? Non hai mai voluto dirmi quando è iniziata con lei. So solo di questo hotel, di questa stanza. La 312.

Io non so che ci faccio qui. Guardo il tuo addio scritto in fretta, senza spiegazioni né niente. Non sapevi che io già sapevo: non molto, ma abbastanza. Sapevo di una doppia con bagno privato e vista sul cortile interno, di un servizio in camera di ben due bottiglie di vino, tu che bevi poco e per lavoro viaggi sempre da solo.

Nel biglietto non hai scritto nemmeno il nome della tua nuova donna. So che non è importante. Non è stata lei a farti scegliere l’addio. Di sicuro non è stata lei; siamo stati noi.

Continuo a non sentire niente. Non una lacrima, un lamento, una smorfia. Solo curiosità… E adesso repulsione.

Penso a tutte le volte che hai sbuffato ad un mio desiderio, sbadigliato ad un mio pensiero, borbottato ad una mia protesta. Ripenso alle nostre liti: d’improvviso me le ricordo tutte. Quanta ipocrisia e debolezza, la mia, quanto egoismo e disinteresse, il tuo. Vorrei averlo capito prima. Prima di te, perlomeno.

Di colpo mi alzo dal letto pensando: “Ora so che ci faccio qui”. Dovevo venire in questa stanza, questa crudele e benedetta 312, dove è accaduto qualcosa che ti riguarda, che mi riguarda, per sentire finalmente la mia rabbia sepolta. Sono venuta qui a gridare, piangere, battere i piedi, lanciare oggetti, sbattere porte. Su queste odiose lenzuola posso buttare fuori tutto, e sarà come se tu fossi qui, e stavolta non mi interromperai. Solo dopo mi calmerò, mi riassetterò e me ne andrò.

Ti darò il mio addio qui, prima che faccia buio.

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Amplesso

Via le giacche, le scarpe, i jeans. Il letto è morbido, le luci sono soffuse. Le bocche sanno di vino, le mani sono ancora impregnate del gelo invernale. Senso di piacere e un’attesa che finisce: finalmente accade. Le pance sfregano, le labbra esplorano, gli orologi rimangono impigliati tra i capelli.

Ogni tanto lui alza gli occhi. Clara pensa che voglia guardarla meglio, che voglia vedere il suo viso mentre stanno per fare l’amore. Niente di strano, gli uomini vogliono sempre guardarti. Clara non si stupisce, anche se un leggero fastidio la attraversa. Non ama essere guardata, vive il suo corpo con vergogna e segretezza.

All’improvviso, lui si blocca. La fissa, poi guarda giù, verso i loro grembi che combaciano. E dice: “Non capisco”.

“Non capisci cosa?” gli chiede lei.

“Non capisco… Io non ci riesco”. Sembra confuso, ma non imbarazzato. La sua fronte corrugata si sforza di capire cosa accade, ma non si vergogna dell’insuccesso, il che piace a Clara. Lei sminuisce, dice che non fa niente, che può capitare. Parla in fretta, balbetta, ha paura di sembrare bugiarda. È solo terribilmente ansiosa di piacergli lo stesso, di metterlo a proprio agio.

Matteo ha il volto impassibile. Si stacca da lei, ma continua a guardarla, e infine la fulmina: “Io sento che non vuoi”.

Un’antica ferita che brucia. Ricordi che appaiono e scompaiono in un secondo. Il peso di essere stata usata e gettata via tante volte torna a galla. Ma non c’è solo questo. Insieme, c’è lo stupore per quel ragazzo dal volto da bambino e i modi da uomo, che le dice che non gli viene duro se lei non vuole. Clara è confusa. Pensava di volere, ma forse ha ragione lui, forse non vuole. Stasera non vuole.

Clara non si ricorda quante volte pensava di volere e invece non era vero niente. Quante albe l’hanno sorpresa sola e scarmigliata, tra lenzuola e sensi di colpa. Quanta disattenzione, quanta indifferenza, quanto disinteresse le si era appoggiato addosso, facendo i propri comodi e poi via, una volta soddisfatto.

E ora questo strano ragazzo, nudo, calmo e sicuro, che le dice “io non ci riesco” e “sento che non vuoi”. Clara si sente come avvolta in una coperta. Per la prima volta non ha paura. La frenesia è finita. Guarda i suoi gesti lenti: le mani che entrano nelle maniche, le gambe nei pantaloni. Il ragazzo dal volto bambino la imita, docile. Clara ha voglia di ridere e piangere.

Si addormenta serena, con la sensazione di aver appena regalato il suo cuore a quell’uomo bambino che la stringe e che sa aspettare, e un pensiero su tutti la invade: nessun amplesso sarà mai così bello come questo mancato.

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Il vaso rotto

È stato quando mi hai detto che allora dovevamo preoccuparci, perché ad agosto non sarebbe stato così automatico trovare cliniche disposte a farmi abortire, che il vaso per Silvia mi è scivolato di mano. “Ma non è certo che io sia incinta”, era questo quello che volevo dire, ma non sono certa di averlo fatto. Non mi usciva la voce. Ero immobile, impotente, raggelata, come una lepre che sente un rumore e intuisce il fucile. Troppo tardi, sentivo già una ferita che sanguinava, da qualche parte.

Eravamo davanti al portone, tu con l’ombrello in mano, io con le chiavi nella toppa e il regalo per Silvia tra le braccia. Ricordo solo il fracasso, i cocci ovunque, tu che sobbalzi al rumore e mi guardi. Sei seccato, mi chiedi “e adesso?”. Io non rispondo, neanche ti guardo. Fisso imperterrita le gocce di pioggia che stillano dall’ombrello sul pavimento. In testa solo la frase, quella che volevo dire e non so, non ricordo, se ho pronunciato. “Io volevo tenerlo”.

Non capisci perché sto ferma e non rispondo, perché non ti guardo, che mi succede, se mi sento male o mi sono ferita. Non capisci, essenzialmente. Io guardo il lago a terra, misto a detriti di vetro. “Un disastro, un vero disastro”, mormori. Ti guardo, sempre zitta. Tu apri il portone ed entri a prendere una scopa per spazzare.

Io resto lì, ferma sulla soglia che non oso oltrepassare, davanti alla casa in cui non voglio più entrare. Io sto lì, tra i cocci che non si possono più riattaccare, in un pianto di pioggia finito sul pavimento. Io sto lì, con il dubbio di un figlio e la certezza della fine.

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Quello che non ti ho detto

Sai, c’è una ragione di più
per dirti che vado via
vado, e porto anche con me
la tua malinconia

Certo, le mie mani ti vorranno ancora
ma ci sarà chi me le tiene
oggi e domani, e poi domani ancora
finché il mio cuore ce la fa

Sei tu, quella ragione di più,
mi hai chiesto talmente tanto…
Io non ho più niente per te
e ti amo, tu non sai quanto

Amo da morire anche il tuo silenzio
che non mi lascia andare via
t’amo, ma se mi dici “non lasciarmi solo”
non so se il cuore ce la fa

È una ragione di più
è una ragione di più
è una ragione di più

In questo addio

Ti odio. Per il male che mi hai fatto, per le bugie che mi hai detto. Per i silenzi che hai custodito. Ti odio anche per le verità che non ho voluto vedere, per l’amore che non ho potuto soffocare, per il desiderio che non ho saputo frenare. Ti odio per quello che hai detto, e anche per quello che non hai detto. Per quello che sapevi e che hai ignorato. Ti odio per quello che sapevo e che ho ignorato. Ti odio perché mi manchi, e mi mancherai per un bel pezzo. Ti odio per il colore del grano, e perché non ti ho “addomesticato”. Ti odio perché ti amo. Ancora.
“E per tutto quanto il tempo in questo addio io m’innamorerò di te”

Tende rosse

A metà del terzo atto non ce l’aveva fatta più. Gli aveva detto “scusami, non mi sento molto bene” e si era fiondata fuori dalla sala, verso la toilette. Aveva fatto appena in tempo. Le lacrime avevano rovinato tutto il trucco, che peccato. Si era impegnata tanto, per quella serata… Cosa le prendeva? In realtà lo sapeva benissimo, cosa le prendeva. Anzi, chi le prendeva. Il suo nome, il maledetto nome dell’Altro, era riaffiorato. Nella sua nitida crudeltà. E dopo il nome, in una mansueta fila di vagoni, arrivarono gli occhi, la voce, le mani. Ma perché, perché? Da cosa era riemerso, quel nome? Da una battuta dell’attore sul palco? Da un volto vagamente familiare in platea? Oppure qualcuno, sedendosi, aveva chiamato un amico rimasto indietro con la sfortunata omonimia del suo amato nemico?

Lidia pensava di essere tutta sbagliata. Oltre il velluto era seduto un uomo impeccabile: attraente, gentile, divertente. E interessato a lei, soprattutto. La ascoltava, cercava di farla ridere, le prendeva la mano. E invece. E invece a lei, nel bel mezzo del terzo atto, veniva in mente il nome dell’Altro, e doveva correre più in fretta delle lacrime. Lui aveva gli occhi pieni di lei, e lei aveva la testa piena dell’Altro. Ancora. Basta, doveva fare qualcosa.

Erano già passati cinque minuti, doveva rientrare o Lui sarebbe venuto a cercarla. Ma Lidia non voleva essere cercata, né trovata. Voleva restare lì, in quel buio così comodo, con il suo pianto, nero di lutto, in bella mostra. Capì che non c’era più tempo. Doveva tornare dentro, e fingere benessere. Lo doveva a Lui, e a se stessa per aver permesso all’Altro di entrare di nuovo nella testa. Quell’Altro che proprio non se lo meritava.

Con un sospiro, Lidia si asciugò gli occhi cercando di sistemare il trucco meglio che poteva. “Tre, due, uno… Via” disse prima di aprire le tende rosse, sorridente nella sua nuova maschera. Si rientra in scena.

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Luna

Dalle maree invocata, dalle madri venerata, dagli amanti benedetta.

La luna che aspetta.

Che illumina sentieri, che schiude desideri, che cancella e rinnova.

La luna nuova.

La luna che culla, la luna bella, che cresce e nasconde.

La luna tra le fronde.

La luna che cerchi, che disegna archi, che confessa i colpevoli.

La luna dei deboli.

La luna sacra e quella profana.

La luna arcana.

La luna bianca e quella nera.

La luna di chi spera.

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Una donna

Una donna giaceva nuda sul letto. C’era stato qualcosa in quella stanza, ma non sapeva come chiamarlo. Un uomo si alzò e cominciò a rivestirsi. C’era stato qualcosa in quella stanza, ma non si preoccupava di sapere cos’era. L’uomo mentre si rivestiva parlava: parlava mentre si infilava le mutande, parlava mentre si metteva i calzini, parlava mentre indossava i pantaloni, parlava mentre si abbottonava la camicia. Aveva un sorriso soddisfatto stampato addosso. C’era stato qualcosa in quella stanza, e gli bastava così com’era. La donna restava muta, accucciata come un cane, con occhi da cane, quegli occhioni lucidi dei cani tristi quando il padrone esce, o magari va in vacanza e non torna. La donna giaceva sul letto, nuda, e si chiedeva cosa fosse quello che c’era appena stato in quella stanza. Sperava che la sua vellutata e tiepida nudità attirasse quell’uomo che parlava così tanto senza fermarsi mai, e che gli strappasse almeno uno sguardo, una carezza. Ma l’uomo era troppo impegnato a parlare allacciandosi le scarpe. Allora la donna dagli occhi tristi osservava il soffitto, e taceva. Arrivò il momento che l’uomo doveva uscire. “Ho un impegno” disse. Le sorrise, le mandò un bacio da lontano, uno di quelli frettolosi che mandi agli amici che incontri per strada e non te li aspetti proprio lì, su quel marciapiede, in quella parte di città. L’uomo la salutò così, quasi stupito di trovarla in quello stato, ancora svestita, sdraiata nel letto. Poi uscì chiudendosi la porta alle spalle.

La donna rimase immobile tra le lenzuola sfatte. C’era stato qualcosa in quella stanza, ma non sapeva come chiamarlo. Era da un po’ che ci pensava, e non era più sicura che “amore” fosse il nome giusto.

Hopper, Excursion into Philosophy 1959

“Lo farò io, l’ho sempre fatto”.

Chi piangerà il povero innocente

perduto e solo

Chi piangerà il povero innocente

quando spezzato avrà il volo

Chi piangerà il povero innocente

che pianse solo un amico

Chi piangerà il povero innocente

col mondo dentro a sé nemico

Chi piangerà il povero innocente

che camminerà sulla sabbia rosso fuoco

Chi piangerà il povero innocente,

il povero bambino dentro l’uomo assente

Chi piangerà il povero innocente

che conobbe la pena e il dolore

Chi piangerà il povero innocente

che morì più volte e più volte ancora

Chi piangerà il povero innocente,

il ragazzo che tentò di essere

Chi piangerà il povero innocente

che piange ancora dentro di me.

(Tratto dal film “Antwone Fisher”)