Lettera a uno sciocco

Per chi pensa che l’amore non esiste posso provare solo pena. Non crede alla sua esistenza solo chi non sa amare, chi non ha mai amato, per sfortuna o incapacità. Il più delle volte, per orgoglio.

Mi ricordo di quando, da adolescente in perenne attesa del principe azzurro, ammorbavo mia madre di domande, sull’amore, su com’era, su come fare a riconoscerlo. “Mamma, ma come faccio a capire se sono innamorata o no?”, questo era il dubbio più assillante. La reazione di mia madre era sempre la stessa: mezzo sorriso, occhi che dal basso si levavano nei miei, e ogni volta la medesima risposta: “Quando ti innamorerai, tesoro, lo saprai. Lo capirai”. Questa sentenza sibillina mi faceva immancabilmente infuriare. Ma come, che significa? Come faccio a riconoscere l’Amore, quando arriva, se non posso neanche averne una descrizione? Siamo proprio dei folli noi, tutti qui, a spendere il nostro tempo, i nostri soldi e le nostre arti per cantare un sentimento che nemmeno sappiamo definire. Che assurdità.

Inutile dire che oggi rido e provo tenerezza per quella perplessa tredicenne imbronciata. Oggi l’Amore mi ha già attraversata, e non ho avuto bisogno di libretti di istruzioni per sentirne il passaggio.

Ogni volta che mi sono innamorata ho pianto. Un po’ per commossa gratitudine (ringraziavo chissà quale dio personale di avermi messo a parte di questo potente meccanismo che muove il mondo), ma le mie lacrime erano soprattutto il pianto dell’orgoglio, della sua resa, nel rendersi conto che, di nuovo, un essere altro da me teneva stretto nelle sue mani il filo sottile della mia felicità, pronto a proteggerlo o reciderlo, quasi una nuova Moira.
Ogni volta che ho amato non ho potuto ignorare il frastuono della mente, l’orgasmo del cuore, la spossatezza ubriaca delle membra.
Ogni volta che ho amato ho visto il mio Prediletto salire su un altare, e non esisteva sortilegio per farlo scendere, non esisteva pozione che prevenisse l’estasi.

Oh, tu che disprezzi chi canta d’amore, tu che sei così compiaciuto nel cantare solo te stesso e le tue penose incombenze, tu che critichi per invidia, poiché non sai valicare i confini di te stesso per tendere un braccio al tuo Altro, tu, mi fai pena.
E magari hai pure trascorso lunghi pomeriggi in sagrestia, tra un Ave Maria e un Padre Nostro, parcheggiato lì da genitori convinti che avresti appreso quella che con tono reverenziale viene definita “un’educazione cattolica” (e scusami se rido) e forse sei pure rimasto accovacciato nel fango di qualche prateria suonando la chitarra con decine di adolescenti imprigionati in quella ridicola divisa da scout.
E tu, proprio tu, che sei prima di tutto Figlio, cui tuo Padre, tua Madre, i tuoi avi così pii, volevano insegnare la Carità, la Devozione e chissà quale altra virtù cristiana (che magari sei anche convinto di aver appreso), tu, tronfio e sacrilego, ridi dell’Amore.

Ed io, io e la mia laica educazione, io e quel battesimo celebrato quasi per caso (anzi, per un’unica imposizione parentale), io che gli scout li ho sempre guardati da lontano con un misto di curiosità, di scherno e di invidia, sul ciglio di una strada, ai confini di un prato; io che in Chiesa ci sono entrata di nascosto e dopo la messa, visitandola con lo scrupolo del colto e non del pellegrino; io che non ho mai ricevuto l’ostia; io che i segni di pace il scambio per strada e non sotto una navata; io che guardo con fascinazione il mistero della liturgia e dei suoi simboli; io agnostica, io profana; io ho amato e so arrivare al centro del cuore di qualcuno forse meglio di te.

Io ho la tempra sufficiente per resistere alla tentazione della fuga di fronte a un uomo che mi dice “Entra”. Tu, invece, ti illudi di autosufficienza ma poi non sai resistere a una donna di corpo sodo e mite ascolto, persino di fronte alla tue idee più balzane e irritanti: questo non si chiama istinto sessuale e basta, perché quel che si fa su un letto o su un pavimento, su un tavolo o appoggiati a un muro, di notte o di giorno, con una donna o un uomo, un marito o un amante, un compagno o uno sconosciuto, non è solo ginnastica.
Se tra due corpi che si compenetrano non circolasse un brivido, un sentimento di miracolosa fusione, unicità e forza sovrumana che sempre travolge chi si ama, fosse anche solo per una notte, allora l’uomo si sarebbe già estinto. La procreazione non è solo un dovere della specie, ma è il risultato dell’amore per se stessi e per chi ci affianca. Mettendo al mondo un figlio, a sopravvivere alla morte siamo noi e i nostri geni, ma anche i nostri sentimenti, la nostra dignità di esseri umani.

Ci si ama in Siberia come in Nuova Zelanda, a Taipei come a Londra, nei deserti e tra i ghiacciai, nelle prigioni e negli ospedali, in pace e in guerra, giovani o vecchi, bianchi o neri, lontani o vicini. Amare è un dono innato e atavico, non ripudiamolo.

Rido di fronte alla tua vocazione di poeta. Che razza di cantore potresti essere, tu che ignori la dinamica del mondo e di chi lo abita? I poeti non scrivono solo di sentimenti, lo so bene: sanno e devono trattare anche di politica, di storia, di natura, di se stessi.
Ma la natura sarebbe un concetto vuoto se api e fiori, vacche e buoi, cavalle e puledri, i castori nelle dighe, le cagne nascoste nei rovi, le rondini sotto le grondaie, se tutti questi esseri non sentissero una spinta un po’ più forte di quello che viene freddamente archiviato come ‘istinto’.
Tu stesso non saresti al mondo se un giorno tuo padre non fosse riuscito a staccare gli occhi da tua madre; la storia non esisterebbe se milioni di uomini, nel corso dei secoli, avessero saputo ignorare altrettante donne, sorelle, mogli altrui, ma anche amici fraterni e amanti, leciti o meno leciti, segreti o tacitamente noti.
E con la storia umana non sarebbero esistite la politica, quel delicato congegno di regole per spartire il mondo con il fatidico Altro che me lo contende, e la filosofia, intrepida esplorazione delle linee invisibili che legano l’Io al Tu.
Come vedi, c’è sempre un Altro ad arricchire la vita dell’Uno. Non esiste solitudine monolitica, non esiste autosufficienza. La completa indipendenza è un’arida bugia. Siamo immersi mani e piedi in un mare di legami, in un fertile bisogno di dipendenze. Siamo un popolo di fratelli, non di schivi asceti. Non vedere questo, significa chiudere gli occhi al mondo e illudersi di abitare da soli questo pianeta.

Io non scrivo poesie, non ne sono capace. Io allineo parole fino al limite estremo del foglio. Non conosco metrica, assonanza, chiasmo o metonimia. Forse un poco la metafora. E con questa ti rispondo: non vedi che pure la rima è baciata?

Tieniti le ghiande e lasciami le ali. Dentro e fuori le mie carte, troverò un Amante migliore di te, povero scrivano senza Amore.

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