Epifanie fuori tempo

“Chi non si salva da sé, nessuno lo può salvare”.
(Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”)

Con te ho imparato questa verità: chi non ama se stesso, non può essere salvato da chi lo ama. Potevo amarti dell’amore più grande del mondo, ma non sarebbe comunque mai bastato a salvarti. L’amore non salva se non chi lo prova.

“Sì, è così (…), perché una persona ne ama un’altra nello stesso modo in cui ama se stessa: con tenerezza e accettazione, o con intransigenza e rifiuto”.
(Marcia Grad, “Storia di una principessa che credeva nelle favole”)

Io ti ho amato, ma era un amore che portava un dolore dentro. Il dolore forse c’è in ogni amore vissuto, ma il nostro era un soffrire che noi non sapevamo condividere davvero, che non diventava concime per la nostra unione. Eravamo vicini, ma non uniti. All’inizio pensavo che tu mi aiutassi a leccare le mie ferite, e che un po’ le leccassi con me. Ora penso che tu le abbia solo sentite, le mie ferite, al modo dei ciechi che vedono tramite il bastone: non c’era conforto, né cura. Solo due tristezze che si sono riconosciute da lontano, come due cani in calore, per poi separarsi dopo l’atto.

Lettera a uno sciocco

Per chi pensa che l’amore non esiste posso provare solo pena. Non crede alla sua esistenza solo chi non sa amare, chi non ha mai amato, per sfortuna o incapacità. Il più delle volte, per orgoglio.

Mi ricordo di quando, da adolescente in perenne attesa del principe azzurro, ammorbavo mia madre di domande, sull’amore, su com’era, su come fare a riconoscerlo. “Mamma, ma come faccio a capire se sono innamorata o no?”, questo era il dubbio più assillante. La reazione di mia madre era sempre la stessa: mezzo sorriso, occhi che dal basso si levavano nei miei, e ogni volta la medesima risposta: “Quando ti innamorerai, tesoro, lo saprai. Lo capirai”. Questa sentenza sibillina mi faceva immancabilmente infuriare. Ma come, che significa? Come faccio a riconoscere l’Amore, quando arriva, se non posso neanche averne una descrizione? Siamo proprio dei folli noi, tutti qui, a spendere il nostro tempo, i nostri soldi e le nostre arti per cantare un sentimento che nemmeno sappiamo definire. Che assurdità.

Inutile dire che oggi rido e provo tenerezza per quella perplessa tredicenne imbronciata. Oggi l’Amore mi ha già attraversata, e non ho avuto bisogno di libretti di istruzioni per sentirne il passaggio.

Ogni volta che mi sono innamorata ho pianto. Un po’ per commossa gratitudine (ringraziavo chissà quale dio personale di avermi messo a parte di questo potente meccanismo che muove il mondo), ma le mie lacrime erano soprattutto il pianto dell’orgoglio, della sua resa, nel rendersi conto che, di nuovo, un essere altro da me teneva stretto nelle sue mani il filo sottile della mia felicità, pronto a proteggerlo o reciderlo, quasi una nuova Moira.
Ogni volta che ho amato non ho potuto ignorare il frastuono della mente, l’orgasmo del cuore, la spossatezza ubriaca delle membra.
Ogni volta che ho amato ho visto il mio Prediletto salire su un altare, e non esisteva sortilegio per farlo scendere, non esisteva pozione che prevenisse l’estasi.

Oh, tu che disprezzi chi canta d’amore, tu che sei così compiaciuto nel cantare solo te stesso e le tue penose incombenze, tu che critichi per invidia, poiché non sai valicare i confini di te stesso per tendere un braccio al tuo Altro, tu, mi fai pena.
E magari hai pure trascorso lunghi pomeriggi in sagrestia, tra un Ave Maria e un Padre Nostro, parcheggiato lì da genitori convinti che avresti appreso quella che con tono reverenziale viene definita “un’educazione cattolica” (e scusami se rido) e forse sei pure rimasto accovacciato nel fango di qualche prateria suonando la chitarra con decine di adolescenti imprigionati in quella ridicola divisa da scout.
E tu, proprio tu, che sei prima di tutto Figlio, cui tuo Padre, tua Madre, i tuoi avi così pii, volevano insegnare la Carità, la Devozione e chissà quale altra virtù cristiana (che magari sei anche convinto di aver appreso), tu, tronfio e sacrilego, ridi dell’Amore.

Ed io, io e la mia laica educazione, io e quel battesimo celebrato quasi per caso (anzi, per un’unica imposizione parentale), io che gli scout li ho sempre guardati da lontano con un misto di curiosità, di scherno e di invidia, sul ciglio di una strada, ai confini di un prato; io che in Chiesa ci sono entrata di nascosto e dopo la messa, visitandola con lo scrupolo del colto e non del pellegrino; io che non ho mai ricevuto l’ostia; io che i segni di pace il scambio per strada e non sotto una navata; io che guardo con fascinazione il mistero della liturgia e dei suoi simboli; io agnostica, io profana; io ho amato e so arrivare al centro del cuore di qualcuno forse meglio di te.

Io ho la tempra sufficiente per resistere alla tentazione della fuga di fronte a un uomo che mi dice “Entra”. Tu, invece, ti illudi di autosufficienza ma poi non sai resistere a una donna di corpo sodo e mite ascolto, persino di fronte alla tue idee più balzane e irritanti: questo non si chiama istinto sessuale e basta, perché quel che si fa su un letto o su un pavimento, su un tavolo o appoggiati a un muro, di notte o di giorno, con una donna o un uomo, un marito o un amante, un compagno o uno sconosciuto, non è solo ginnastica.
Se tra due corpi che si compenetrano non circolasse un brivido, un sentimento di miracolosa fusione, unicità e forza sovrumana che sempre travolge chi si ama, fosse anche solo per una notte, allora l’uomo si sarebbe già estinto. La procreazione non è solo un dovere della specie, ma è il risultato dell’amore per se stessi e per chi ci affianca. Mettendo al mondo un figlio, a sopravvivere alla morte siamo noi e i nostri geni, ma anche i nostri sentimenti, la nostra dignità di esseri umani.

Ci si ama in Siberia come in Nuova Zelanda, a Taipei come a Londra, nei deserti e tra i ghiacciai, nelle prigioni e negli ospedali, in pace e in guerra, giovani o vecchi, bianchi o neri, lontani o vicini. Amare è un dono innato e atavico, non ripudiamolo.

Rido di fronte alla tua vocazione di poeta. Che razza di cantore potresti essere, tu che ignori la dinamica del mondo e di chi lo abita? I poeti non scrivono solo di sentimenti, lo so bene: sanno e devono trattare anche di politica, di storia, di natura, di se stessi.
Ma la natura sarebbe un concetto vuoto se api e fiori, vacche e buoi, cavalle e puledri, i castori nelle dighe, le cagne nascoste nei rovi, le rondini sotto le grondaie, se tutti questi esseri non sentissero una spinta un po’ più forte di quello che viene freddamente archiviato come ‘istinto’.
Tu stesso non saresti al mondo se un giorno tuo padre non fosse riuscito a staccare gli occhi da tua madre; la storia non esisterebbe se milioni di uomini, nel corso dei secoli, avessero saputo ignorare altrettante donne, sorelle, mogli altrui, ma anche amici fraterni e amanti, leciti o meno leciti, segreti o tacitamente noti.
E con la storia umana non sarebbero esistite la politica, quel delicato congegno di regole per spartire il mondo con il fatidico Altro che me lo contende, e la filosofia, intrepida esplorazione delle linee invisibili che legano l’Io al Tu.
Come vedi, c’è sempre un Altro ad arricchire la vita dell’Uno. Non esiste solitudine monolitica, non esiste autosufficienza. La completa indipendenza è un’arida bugia. Siamo immersi mani e piedi in un mare di legami, in un fertile bisogno di dipendenze. Siamo un popolo di fratelli, non di schivi asceti. Non vedere questo, significa chiudere gli occhi al mondo e illudersi di abitare da soli questo pianeta.

Io non scrivo poesie, non ne sono capace. Io allineo parole fino al limite estremo del foglio. Non conosco metrica, assonanza, chiasmo o metonimia. Forse un poco la metafora. E con questa ti rispondo: non vedi che pure la rima è baciata?

Tieniti le ghiande e lasciami le ali. Dentro e fuori le mie carte, troverò un Amante migliore di te, povero scrivano senza Amore.

Per N.

Avere ancora il tuo odore addosso e pregare che non scompaia. Nel silenzio asfissiante di queste giornate, l’immagine del tuo sguardo che si punta nel mio, della tua mano che mi sorregge, l’eco di parole sussurrate e mai prima confessate, d’improvviso arrivano a illuminare questi istanti. Ogni volta è un sussulto, un palpito segreto che condisce queste ore.
Non me lo aspettavo.

Domani parto, vedrò il mare. Sovrapporrò il tuo viso e i nostri alibi a quel cobalto in movimento. Forse dimenticherai quel ch’è stato, non vorrai più riviverlo. Se tu sapessi il vortice che avevo dentro mentre ti mentivo e ti assicuravo un sì senza conseguenze, mi chiederesti perché. Ti arrabbieresti, forse.
Io non so dirti il perché, mi dispiace.

O forse sì, saprei risponderti. Ti direi che una donna fa anche questo, e poi fa finta di niente. Accetta di fingere, e se ciò che desidera è a portata di menzogna, si assumerà il rischio e il carico delle conseguenze, ma solo dopo. Accetta il compromesso di una gioia in cambio di una sofferenza. È stupido, forse, ma è l’insensatezza più sensata che conosca.
Io vivo così: così ho accumulato emozioni e sventure nel mio grembo. Così so vivere, così mi guadagno la spinta a campare.

Ho deciso di dirti di sì, ieri notte. Ho lasciato che la tua mano mi sorreggesse, che il tuo sguardo mi percorresse, che la tua lingua mi cercasse. Avevo bisogno del contatto, volevo sapere se ci saremmo incontrati, nella via da me a te. Non ci speravo più, credevo che su di te io esercitassi il magnetismo di un sasso, il fascino di un pezzo di legno. Nonostante il silenzio, io credo che ci siamo toccati, anche se per poco.
È stato bello, ieri notte. Non è stato uno sfogo, non è stato il premio di un bisogno solitario. È stato un incontro. I tuoi occhi hanno scovato il mio viso, la tua voce diceva il mio nome. Ho tremato, ieri. Una paura folle e una gioia non prevista scivolavano con il nostro sudore giù per schiene e natiche. Mi chiedo, il tuo naso ha annusato i miei segreti, le mie labbra hanno sfiorato le tue cicatrici? Non lo so, ma mi è piaciuto.

Chissà cosa pensi di me, ora. Vorrei che mi tenessi ancora in alto nel tuo pensiero. Ho paura di sentirmi cadere nell’abisso di falsi giudizi e cattive reputazioni, di vedermi precipitare nel baratro della tua noia. Credo che tu sia più intelligente di così, spero che capirai.

Mi scopro a fantasticare di incontri futuri, di risate e complicità, di occhi che si allacciano nel clamore di una festa o nel buio di una strada, e capisco il pericolo. So che è esattamente ciò che non doveva succedere, il fatidico effetto collaterale che volevi evitare. Io sapevo che era impossibile scansare questo bene, questo affetto farcito di fantasie che mi avvolge inesorabile dopo ogni passione, per quanto breve. Mi conosco troppo bene per sapere che mi è impossibile non cercare il legame, dopo notti come questa. Per questo ti dico che mi assumo la responsabilità di averti mentito, e che non me ne pento. Non provo rimorsi nell’averti strappato un’ora di… Di cosa? Non so nemmeno io come chiamarlo. Un’ora di contatto, forse. Che nome odiosamente neutro. D’altronde, non ho altri termini con cui definirlo. Sei un essere talmente sfuggente che anche solo il gesto del contatto, con te, assurge a impagabile ricompensa. E tant’è.
Un’ora: non posso dire che mi sia bastata, ma mi adatto alle tue tormentate esigenze di solitudine. Dunque, un’ora, pure falsa, pure fugace, pure già da te dimenticata, ma mi basterà.

Devi sapere che il sesso, per sua intrinseca natura, è un legame. Nel sesso siamo completamente noi stessi. Senza nascondigli, né giustificazioni. Noi, senza veli: fisici e psicologici. “Conoscersi”, biblicamente parlando, significa questo. Mai come attraverso il sesso si conosce l’altro e se stessi. Significa aprirsi a qualcuno e invitarlo a entrare; significa rendere l’estraneo familiare.
E farsi conoscere così intimamente comporta per forza un legame: una gratitudine, una complicità volente o nolente. Nulla di più atavico.

Tra tante persone, ieri notte io ho scelto proprio te con cui condividere questa profonda intimità. Non può essere un caso, capisci? Io non credo al caso. Io ho deciso di farmi conoscere nel modo più diretto e inequivocabile che ci sia. Ti ho mostrato i miei angoli bui, ciò che i nostri sofismi diurni non potevano esplorare.
“Esagerata”, starai sicuramente pensando, “cosa hai potuto mostrarmi in un’ora striminzita e povera di parole?”. E su questo ti sbagli. Ho imparato sulla mia carne, dalla mia carne, che ciò che conta di me non ha bisogno di raffinate argomentazioni per giungere a destinazione. Forse non capirai, ed è normale. Non puoi neanche immaginare che passato ha, la mia carne. Ti basti sapere che ieri hai toccato la me stessa nascosta, la mia percentuale di silenzi, oltre a un corpo incredulo.
Per questo, un sì senza conseguenze è una bugia palese: lo è sempre stata.
Come scrisse una volta Alda Merini: “Dio mio, spiegami, amore, come si fa / ad amare la carne senza baciarne l’anima”.

Nonostante ciò, nessun inganno: solo le conseguenze di quel fatidico sì. Accetto di vivere il “dopo” racchiudendolo dentro di me, come qualcosa di privato, che non ti è dato conoscere, non per forza, non adesso. Come vedi, mi assumo la mia responsabilità di donna che si apre a un uomo, lasciandolo navigare libero nelle proprie inquietudini.
Questo è uno scacco alla regina: il re è salvo, e con lui il poeta.

Oggi ti penso e mi impongo indifferenza. Oggi, ti lascio scivolare nel ricordo, in attesa che sia tu, se vorrai e solo se vorrai, a ripescare quella notte, e farla diventare una notte nuova. (E lo so, lo so, che non vorrai, ho imparato a sotterrare le illusioni, ma lasciami giocare di retorica, ultimo vezzo contro la dura realtà).

“Fu la fine della notte perché lui non si azzardò a giocare giochi proibiti con una donna che gli aveva dato troppe prove di conoscere l’altra faccia della luna”. Così si spezzano certi amori al tempo del colera.

Seduta tra queste mura sgombre, attendo allora che anche il mio profumo evapori dal tuo corpo. Forse lo ha già fatto.

Buon estate e buona fortuna, N., quando torno ti racconto il mare.