In questo addio

Ti odio. Per il male che mi hai fatto, per le bugie che mi hai detto. Per i silenzi che hai custodito. Ti odio anche per le verità che non ho voluto vedere, per l’amore che non ho potuto soffocare, per il desiderio che non ho saputo frenare. Ti odio per quello che hai detto, e anche per quello che non hai detto. Per quello che sapevi e che hai ignorato. Ti odio per quello che sapevo e che ho ignorato. Ti odio perché mi manchi, e mi mancherai per un bel pezzo. Ti odio per il colore del grano, e perché non ti ho “addomesticato”. Ti odio perché ti amo. Ancora.
“E per tutto quanto il tempo in questo addio io m’innamorerò di te”

Tende rosse

A metà del terzo atto non ce l’aveva fatta più. Gli aveva detto “scusami, non mi sento molto bene” e si era fiondata fuori dalla sala, verso la toilette. Aveva fatto appena in tempo. Le lacrime avevano rovinato tutto il trucco, che peccato. Si era impegnata tanto, per quella serata… Cosa le prendeva? In realtà lo sapeva benissimo, cosa le prendeva. Anzi, chi le prendeva. Il suo nome, il maledetto nome dell’Altro, era riaffiorato. Nella sua nitida crudeltà. E dopo il nome, in una mansueta fila di vagoni, arrivarono gli occhi, la voce, le mani. Ma perché, perché? Da cosa era riemerso, quel nome? Da una battuta dell’attore sul palco? Da un volto vagamente familiare in platea? Oppure qualcuno, sedendosi, aveva chiamato un amico rimasto indietro con la sfortunata omonimia del suo amato nemico?

Lidia pensava di essere tutta sbagliata. Oltre il velluto era seduto un uomo impeccabile: attraente, gentile, divertente. E interessato a lei, soprattutto. La ascoltava, cercava di farla ridere, le prendeva la mano. E invece. E invece a lei, nel bel mezzo del terzo atto, veniva in mente il nome dell’Altro, e doveva correre più in fretta delle lacrime. Lui aveva gli occhi pieni di lei, e lei aveva la testa piena dell’Altro. Ancora. Basta, doveva fare qualcosa.

Erano già passati cinque minuti, doveva rientrare o Lui sarebbe venuto a cercarla. Ma Lidia non voleva essere cercata, né trovata. Voleva restare lì, in quel buio così comodo, con il suo pianto, nero di lutto, in bella mostra. Capì che non c’era più tempo. Doveva tornare dentro, e fingere benessere. Lo doveva a Lui, e a se stessa per aver permesso all’Altro di entrare di nuovo nella testa. Quell’Altro che proprio non se lo meritava.

Con un sospiro, Lidia si asciugò gli occhi cercando di sistemare il trucco meglio che poteva. “Tre, due, uno… Via” disse prima di aprire le tende rosse, sorridente nella sua nuova maschera. Si rientra in scena.

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Luna

Dalle maree invocata, dalle madri venerata, dagli amanti benedetta.

La luna che aspetta.

Che illumina sentieri, che schiude desideri, che cancella e rinnova.

La luna nuova.

La luna che culla, la luna bella, che cresce e nasconde.

La luna tra le fronde.

La luna che cerchi, che disegna archi, che confessa i colpevoli.

La luna dei deboli.

La luna sacra e quella profana.

La luna arcana.

La luna bianca e quella nera.

La luna di chi spera.

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Una donna

Una donna giaceva nuda sul letto. C’era stato qualcosa in quella stanza, ma non sapeva come chiamarlo. Un uomo si alzò e cominciò a rivestirsi. C’era stato qualcosa in quella stanza, ma non si preoccupava di sapere cos’era. L’uomo mentre si rivestiva parlava: parlava mentre si infilava le mutande, parlava mentre si metteva i calzini, parlava mentre indossava i pantaloni, parlava mentre si abbottonava la camicia. Aveva un sorriso soddisfatto stampato addosso. C’era stato qualcosa in quella stanza, e gli bastava così com’era. La donna restava muta, accucciata come un cane, con occhi da cane, quegli occhioni lucidi dei cani tristi quando il padrone esce, o magari va in vacanza e non torna. La donna giaceva sul letto, nuda, e si chiedeva cosa fosse quello che c’era appena stato in quella stanza. Sperava che la sua vellutata e tiepida nudità attirasse quell’uomo che parlava così tanto senza fermarsi mai, e che gli strappasse almeno uno sguardo, una carezza. Ma l’uomo era troppo impegnato a parlare allacciandosi le scarpe. Allora la donna dagli occhi tristi osservava il soffitto, e taceva. Arrivò il momento che l’uomo doveva uscire. “Ho un impegno” disse. Le sorrise, le mandò un bacio da lontano, uno di quelli frettolosi che mandi agli amici che incontri per strada e non te li aspetti proprio lì, su quel marciapiede, in quella parte di città. L’uomo la salutò così, quasi stupito di trovarla in quello stato, ancora svestita, sdraiata nel letto. Poi uscì chiudendosi la porta alle spalle.

La donna rimase immobile tra le lenzuola sfatte. C’era stato qualcosa in quella stanza, ma non sapeva come chiamarlo. Era da un po’ che ci pensava, e non era più sicura che “amore” fosse il nome giusto.

Hopper, Excursion into Philosophy 1959