Germania – Italia

Sente le urla di gioia dopo il primo goal, e un nodo gli si stringe in gola. Gli viene da piangere.

Fine giugno, semifinale degli europei, gioca l’Italia. E lui a casa. In teoria a studiare, in pratica a crogiolarsi nella disperazione. Non che gliene freghi molto del calcio, in realtà. Strano a dirsi, ma Martino è uno dei pochi ragazzi a cui il calcio interessa solo in occasioni come i mondiali, o come quella che si sta appena perdendo. Ma la tristezza non è, ripeto, dovuta a passione calcistica. No, davvero. Martino si sente solo. Martino è da parecchio tempo che non sa dove sta andando, non sa se la sua vita la sta semplicemente buttando nel cesso, o se ancora qualcosa può essere salvato. Penultimo anno di Giurisprudenza, una passione per la musica accantonata, “perché con l’arte non si campa”. Ed ora, cosa gli resta? Solo una profonda tristezza, l’amaro della frustrazione e della rassegnazione.

Martino ha passato gli anni a ripetersi “è meglio così”. Ma oggi, giovedì 28 giugno, il codice di procedura penale davanti, fuori gli urli di chi ha una vita sociale soddisfacente (perlomeno in questo dato momento), Martino non ce la fa. Si morde le labbra due o tre volte, strizza gli occhi per mettere meglio a fuoco le frasi sulla pagina, ma poi crolla. Le lacrime cominciano a bagnare il codice, il quaderno, la maglietta. Martino piange per quello che non è e non sarà mai, per quello che non riesce ad essere, per la sua vita in salita, che non capisce perché lo sia. Piange perché non capisce, essenzialmente. Piange perché tutto gli appare confuso, da troppo tempo. Perché deve studiare quella roba? A cosa gli serve? Tanto non c’è uno straccio di lavoro per nessuno, in questo paese di merda. Perché si sente solo, se al suo compleanno c’erano almeno venti persone a brindare con lui? Perché non si sente amato, se ha una ragazza carina da chiamare la sera? Perché la vita gli sembra agrodolce, se non ha problemi di sopravvivenza e di sofferenza oggettivi? Non muore di fame, ha un tetto sulla testa, due genitori ed una sorella rompicoglioni come tutti, ma che gli vogliono bene, non ha una situazione economica tanto disastrosa da impedirgli di proseguire gli studi… Cosa gli manca? Cosa cazzo vuole ancora, dalla vita? Perché non si accontenta mai?

Martino singhiozza forte, e ringrazia che quel giorno la casa sia deserta. Genitori a casa di amici, ovviamente a vedere la partita (per la gioia di suo padre e la noia di sua madre), sorella idem, soltanto con amici di età inferiore ai 18 anni. Martino piano piano si calma, solleva la testa dalla scrivania. Si asciuga la faccia con la maglietta. Un’orrenda maglietta degli Ska-P, che miracolosamente gli sta ancora da quando aveva 15 anni, e che riserva ormai solo per le settimane di clausura pre-esame. Non è che in dieci anni Martino sia cambiato più di tanto fisicamente, tono di voce e barba a parte. Ma di certo non sono questi i pensieri che passano per la sua mente in questo momento. Ha sete, si avvia barcollando verso il frigo, forse è rimasta una birra. Ha deciso che se lo studio non prosegue, almeno si sbronzerà da solo. Brinderà in onore di quel che sente ma non vede, che non capisce. Di quel vuoto che gli si crea dentro, che lo porta a chiudersi in casa senza vedere nessuno, di quella vocina che da ventisei anni gli vomita nell’orecchio il suo disprezzo. “Martino, non conti un cazzo. Non hai mai concluso nulla di rilevante nella tua vita. Non hai assolutamente niente da mostrare al mondo. Non hai nemmeno avuto le palle di seguire le tue ambizioni, nella vita. Per l’ennesima volta hai ascoltato mammà. Ma perlomeno lo sai quali sono, le tue ambizioni? O te le sei già dimenticate? Che ribrezzo che fa, la tua mediocrità. Sul serio. Nasconditi, che è meglio.”

Martino scuote la testa, cerca di non pensare. Trova la birra (ne sono rimaste due! Che culo), la stappa, manda giù mezza bottiglia in due sorsate. Sa che si scolerà anche la seconda birra, e la mezza bottiglia di vino rosso. E nel caso, in una botta di allegria, potrebbe farsi anche qualche bicchierino di Amaro del Capo. Massì, facciamoci male. Prendere la via dell’alcolismo anonimo mi sembra la scelta migliore, la più appropriata per te, vecchio mio. Se non altro, perché aggiungi un altro tipo di anonimato alla tua esistenza già di per sé anonima, e in più perché è senz’altro una strada affatto originale, e pure questo ti si addice. La mancanza di fantasia già si vedeva da quelle canzoni orrende che scrivevi senza pudore a 16 anni.

Martino beve, beve, beve, guardando nel vuoto della cucina. Sa che i suoi tra un’ora rientreranno e lo troveranno sbronzo con la fronte appoggiata sul tavolo. Lui fingerà di essersi addormentato per lo studio, li saluterà a distanza per non fargli sentire la puzza dell’alito, e si chiuderà in camera.

Un’altra notte si avvicina, pronta per un nuovo giorno nell’indifferenza.

Annunci