“Si parla in mezzo agli altri, ma scrivendo si è soli.” (L. Meneghello)

Annunci

l’altro che sempre siamo

“La scrittura, se vuole essere qualcosa di più di un gioco, di una posta in gioco, non è che una lunga, interminabile ascesi, un modo di separarsi da sé vigilando su se stessi: diventando se stessi perché si è riconosciuto, messo al mondo, l’Altro che sempre siamo.”

(Jorge Semprún, “La scrittura o la vita”)

Ancora, le sue mani

Non è giusto. Quando lui la toccava, il suo corpo brillava. E brilla ancora. Come sempre. Non è giusto. Le sue parole continuano a graffiarle le guance, ma lei si ricorda sempre solo delle sue mani che la fanno brillare. Mani dal tocco leggero ma sicuro, palesemente esperto. Mani di ragazzo che la muovono come farebbe un uomo. Un uomo che sa quel che sta facendo. Mani che sanno il fatto loro, che probabilmente hanno manovrato e toccato tanti altri corpi, che hanno imparato a farlo molto presto. Troppi corpi, troppo presto. Ma questo è tutto scritto nella cicatrice segreta di quell’uomo con la faccia da bambino sperduto di cui lei si è innamorata, nel gelo dello scorso dicembre. Una cicatrice di cui non si può parlare, di cui si è detto troppo e troppo poco. Di cui non si dirà oltre, perché non la riguarda. Ma soprattutto, perché non la riguarda più.

Non è giusto. Non è giusto versare lacrime per due corpi che hanno trovato una loro lingua perfetta, senza pensare che c’è tanto altro che manca. Non si può essere tanto stupidi.

Eppure.

Ma stavolta non può vincere l’eppure, non vinceranno le mani. Deve vincere quello che manca, è questo che deve vedere. Perché la fatica non canti vittoria.

Eppure.

Eppure che bel ricordo, che vivo ricordo, ancora, le sue mani.

Cosa manca

Qualcosa si è rotto. Le tue mani bruciano ancora sulla mia pelle, ma sento che qualcosa è cambiato. Torni sfuggente a nasconderti nella tua tana, come da mesi avevi smesso di fare. Sei la volpe che non riesco più ad addomesticare. Dov’è il nostro legame? Dov’è il colore del grano, dove le quattro del pomeriggio? C’è tutto, ma non è più come prima. Sai ancora toccarmi come nessuno mai, i tuoi occhi mi inchiodano al muro, ma mi sento più forte. Più forte del mio desiderio per te. Che strano. Divento più sicura quanto meno desidero. È triste, ma mi sento meno piccola davanti al tuo corpo, davanti ai tuoi sorrisi e alle tue frecciatine. Mi hai chiesto come sto, se mi manca qualcosa. Ti ho risposto che non lo so più, che penso mi manchi qualcosa, ma non so cosa. Per la prima volta.

Cosa ti manca? Cosa mi manca?

Quante ore, quanti giorni ho passato a convincere qualcuno ad amarmi. Che assurdità. Solo ora vedo quanto sia imbarazzante e triste amare qualcuno che non è sicuro di amarti, o che si sta sforzando di farlo, forse solo per compiacerti. Voglio smettere di essere convincente. Voglio stare qui seduta, ad aspettare le mie quattro del pomeriggio. Voglio che una volpe si avvicini a me e mi chieda (me lo chieda lei) di essere addomesticata, perché è quello che vuole, perché è quello che vuole da me. Da me. Basta strategie, basta ansie, basta maschere e artifici. Passa la notte altrove, piangerò da sola per un po’, ma poi mi passerà. Lentamente, dolorosamente, tragicamente passerà.

Non so se troverò altre mani e altri occhi come i tuoi. Mi auguro di sì, ma non sono ancora arrivata a questa salvifica consapevolezza. Rivoglio le tue lunghe ciglia, il grano dei tuoi capelli. Ti rivoglio unico, il solo per me. Purtroppo la tua unicità sta sbiadendo; il confronto con altri occhi, altre parole, altri sorrisi a volte si impone, e non ne esci sempre vittorioso. Vorrei più leggerezza, e temo di trovarla meglio altrove. Molto meglio. Non oso pensarci spesso, sono ancora aggrappata al tuo fiato, ma sto iniziando a farlo. E non sai quanto faccia male.

Ti prego, alleggerisci con me quest’aria di piombo. Torno a ripetere quanto pensai sei mesi fa, tra lacrime furtive che fortunatamente non notasti: “Ti prego, credici quanto ci credo io”. O non vale più la pena respirarsi.

Do you remember

“Do you remember that late morning
When we went back to bed,
When we found our first position
And every muscle rested

I do remember that I already knew
It was the last time,
The last time for first positions
The last time you being mine”