L’arcobaleno

Amanda osserva i riflessi dell’arcobaleno colorare le piastrelle del suo bagno. Li fissa con estrema attenzione, come volesse imprimerli nelle sue pupille, se li gusta come si fa solo con le cose piacevolmente superflue che si sanno vicine alle scomparsa. Sa, infatti, che, tempo pochi giorni, non verranno più a rallegrarle le pareti della doccia e le superfici cromate dei rubinetti. L’estate è agli sgoccioli, giorni e persone stanno perdendo luce ed energie. E’ come assistere al muto scivolare nelle vecchie abitudini. Eppure quelle stesse abitudini possono inaspettatamente ricoprirsi di nuovi significati e celare nuove ricchezze, semplicemente modificando il “come”. Come si cambia in una sola estate.

Amanda se n’è accorta improvvisamente la sera prima, nel bel mezzo di una cena con le amiche, la prima dopo le vacanze, tra un brindisi e il resoconto di qualche intrigante novità estiva. Amanda ascoltava distrattamente le chiacchiere delle altre, e intanto guardava i volti abbronzati, le collane, annusava il profumo di crema solare che ancora le avvolgeva, e nonostante ciò notava i loro volti stanchi, percepiva quasi fisicamente i toni tristi di alcune frasi, lo smarrimento di alcuni silenzi. “Chissà come mai l’estate ci riduce sempre così”, pensava. “Chissà come mai settembre ci induce ogni volta agli stessi pensieri, alle stesse promesse, allo stesso inquietante presagio d’incertezza e fallimento”. Quando accade che l’estate passa dalla spensieratezza all’oppressione? A che età? Amanda rifletteva, a tratti scherzava, a tratti sorrideva, a tratti annuiva con convinta comprensione e solidarietà per la confidenza dell’amica di turno. Amanda a quella cena c’era e non c’era. Dov’era? Dov’è adesso? E’ davvero cambiata durante questa breve e lunga estate?

E’ più silenziosa, sente dentro di sé barlumi di arcobaleno che però non vuole perdere con l’inverno. Li vuole mantenere in vita, vuole soffiarci sopra come su braci deboli ma ancora calde. La sua vita interiore è appena cominciata, e si stiracchia come dopo un lungo sonno. Amanda si guarda intorno e soppesa ogni dettaglio con pungente pignoleria, quasi dovesse parcheggiare le sue emozioni in qualche angolo della stanza, quasi dovesse prendere scrupolosamente le misure per farci stare tutto, ma proprio tutto. Guai se manca qualcosa.

Amanda sta forse firmando il suo trattato di pace, ma lo annuncia sottovoce, per paura di recriminazioni. Si sente così diversa, più uguale a se stessa. Ha amicizie e parole tutte sue. Pure i suoi gusti ora sono più suoi.

Questi sono i tesori che affiorano dopo accurati scavi archeologici nell’afa e nel silenzio di questa strana estate. Questi sono i suoi arcobaleni riflessi sullo specchio del bagno.

“Bentornata, cara mia”. Sottilmente contenta, Amanda esce dal bagno, chiudendo gelosamente la porta.

Elliott Smith, “Waltz #2”

Come un valzer nella testa, certi pensieri mi fanno compagnia da anni…

Quelle parole mute,

quelle sensazioni,

quegli stati d’animo indicibili ma percepiti

sono ossessioni vuote da paura di crescere

o la me stessa congelata e destinata alla posterità?

Promesse

Susanna stava seduta sul tetto e litigava col vento.

Una luna più bassa e indulgente che mai le faceva il favore di illuminarla mentre lei borbottava che no, non poteva essere come diceva lui, non era possibile che questa situazione continuasse ancora così, senza cambiare di una virgola, non poteva accettarlo. Ma il vento, imperterrito, le soffiava contro e ribatteva che sì, invece, Susanna doveva accettare che ancora per vari mesi sarebbe rimasta sola, doveva imparare ad amarsi e ad amare quello che veniva. Così era deciso e così sarebbe stato ancora per un po’, lei doveva accettarlo. Non si va contro il cielo, non si possono forzare gli eventi se il cielo non è ancora pronto, sono cose che sa anche un bambino. Lo sa perfino la luna.

Susanna sospirò, imbronciata fuori, ma tanto rassegnata dentro. Ancora una volta il vento aveva avuto l’ultima parola. L’unica cosa che le restava da fare era salutarlo, congedarsi educatamente da quella bella signora silenziosa che quella sera, come da tanti anni ormai, l’aveva onorata della sua cortese e solidale compagnia, e rientrare in casa, nella sua stanza e nelle sue poco pazienti attese.

Susanna conversava col vento da quando era bambina. Poteva starsene per ore seduta su quelle tegole a bisticciare con la brezza, ad ascoltare le sue storie, a fare mille domande e ad ascoltare (molto più spesso a contestare inutilmente) le risposte. Susie era cresciuta così, solida come il tetto su cui stava appollaiata, forte delle sue interminabili “conversazioni private”. Poco importava se il vento non le rispondeva davvero; non le interessava se la luna la osservava materna e muta tra le costellazioni. Susanna sapeva che quello che si svolgeva sul tetto di casa sua si chiamava semplicemente “vita”, e corrispondeva né più né meno a ciò che gli uomini definiscono “crescere”.

Susanna cresceva sotto le stelle (le sue stelle), tra dubbi, incertezze, mute consapevolezze, dolori privati e gioie improvvise. Nulla più. Aveva imparato che la vita, l’amore, sono come ognuno li vede, diventano ciò che ciascuno ha imparato a cercare. Niente da incasellare come giusto o sbagliato: solo ciò che ciascuno ha imparato a cercare, ciò che ognuno sa e può vedere.

Tante cose aveva capito Susanna in quelle innumerevoli notti, tra la cena e la mezzanotte. Due erano le più importanti: primo, che quando avrebbe avuto una figlia (perché sarebbe stata una femmina, lo sapeva), le avrebbe insegnato a conversare con il cielo; secondo, che Susanna doveva imparare ad aspettare, tanto prima o poi il cielo ti dà quello che tu già annusi nell’aria, perché il cielo mantiene le sue semplici promesse. Parola del vento.

Susanna sorridendo spense la luce, e si addormentò.