Tre giorni

a M.

Te ne sei andato con il treno delle 2, lasciandomi graffi al cuore e un’amicizia a senso unico, da cui mi chiedo come si possa uscire. Te ne sei andato, lasciandomi con il sospetto di aver sprecato cinque anni della mia vita. Te ne sei andato, lasciandomi una nuova serie di canzoni che so già che saprò a memoria tra qualche giorno, odiandoti e odiandomi tutte le volte che le canticchierò.

Mi hai fatto ridere, mi hai messo in imbarazzo, mi hai lasciato muta in un angolo. Mi sono lasciata ridere, provare imbarazzo, ammutolirmi in un angolo. Cosa pretendi di conoscere di una città in soli due giorni? Cosa pretendi di conoscere di me, di un’intera esistenza, in soli due giorni?

Ti ho accompagnato al terzo binario, ti ho guardato salire ed occupare il tuo posto accanto al finestrino. Ti ho salutato, scoprendo solo alla fine di aver salutato al finestrino sbagliato. Il candore del cielo si rifletteva sui vetri e nascondeva il tuo viso. Credo che sia un segno.

Me ne sono andata senza voltarmi prima che il treno partisse, ho preferito mescolarmi alla folla e farmi inghiottire dal sottopassaggio. Chissà se te ne sei accorto.

Non mi conosci, non ti conosco, nonostante le 36 ore passate insieme. Ore di occhiate guardinghe, ciascuna nascosta dietro la propria trincea. Ore impegnate a pensare a cosa dirsi, senza riuscire a farlo. Trentasei ore di attesa di nulla. Avremmo potuto parlare, ma non sapevamo di che. Cosa si dice ad un’immagine diventata improvvisamente realtà? In fondo, se Topolino venisse a trovarti, cosa gli diresti? Non si chiacchiera del più e del meno con Topolino, perché Topolino non è reale e mai ti aspetteresti che lo diventasse. Ma, anche se lo desideri, nel momento in cui accade non sai che fare. Che peccato.

Ti ho spiato mentre dormivi, mangiavi, camminavi, suonavi. Ti ho guardato e pensavo: “Non è possibile che lui sia qui, lui non è reale, non lo è stato mai”. E invece eri qui, accanto a me. Mi sentivo impotente. Tu cantavi e io sentivo le mie illusioni che crollavano con un tonfo sordo. Per questo non sentivo bene le parole delle tue canzoni. La cosa più triste è che io sapevo già che sarebbe andata così.

Ho addobbato Bologna di malinconia e bancarelle delle pulci, solo per te. Ho amato la mia città, spero che tu l’abbia vista un po’ con i miei occhi. Mi dispiace per la malinconia: non riuscivo a strapparmela di dosso. Ti rimarrà in testa una cartolina stropicciata di una Bologna nuvolosa e un po’ troppo silenziosa, forse, ma tant’è. Le lenti dei miei occhiali si sono annebbiate quando sei arrivato.

Sono uscita dalla stazione ripensando a queste ore, alla gelosia folle che non riuscivo a soffocare, alla tua attenzione e al tuo desiderio che non riuscivo (né mai riuscirò) ad avere, alle scosse che mi trasmettevi quando mi abbracciavi e agli sguardi languidi che ho lanciato ad altri nella speranza che te ne accorgessi. Mi sono adeguata alla me virtuale, insicura e impacciata, che tu hai sempre visto sullo schermo. Ho recitato la mia parte anche in queste ore, sapendo di essere molto diversa, molto di più di questo. Non ti ho letto i miei racconti né le mie poesie preferite, non ti ho raccontato degli spettacoli che ho fatto, non ti ho confidato nulla di rilevante. Non mi sono lasciata afferrare, proprio come te. Mi spiace e mi fa anche arrabbiare di non essere riuscita a lasciarti un ricordo diverso di me.

Poi, improvvisamente, mi sono resa conto che parliamo due lingue diverse, usiamo occhiali diversi per vedere il mondo. Tu cantavi, e io sentivo le mie illusioni cadere. Sei bello, sei affettuoso, a volte sei anche simpatico, ma sei lontano da me, e non solo fisicamente.

Forse la cosa più bella che è accaduta in questi tre giorni è che tu, finalmente, sei diventato una persona reale, nel bene e nel male, e che io, finalmente, posso pensarti e considerarti come tale, senza niente di più. Mi sono resa conto che, forse, posso smettere di struggermi per un’idea e cominciare a farmi una ragione del fatto di non poter conoscere meglio una persona che forse non è così fondamentale nella mia vita. Mi sono resa conto che solo ora posso lasciarti andare.

Mentre guardavo la pioggia lavare le strade, ho pensato a quando mi hai detto che ti piace molto sentirti il vento addosso perché ti dà una sensazione di libertà, e mi sono sorpresa a sorridere. Piove, sono al riparo, ma sento il vento addosso.

Ciao, M. Buon viaggio.

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