Buon Natale

Natale, e non aver più qualcuno da chiamare, con cui chiacchierare, con cui fare l’amore sapendo di volersi a vicenda. E tutto questo, per mia volontà.

Cazzo.

Depressione natalizia di merda. I pensieri scorrono, saltellano da una risata con gli amici fatta dopo qualche bicchiere di troppo ad una conversazione incazzata con qualcuno che non ha saputo (né voluto) conoscermi per scoprire veramente di che stoffa sono fatta (e non sa cosa si è perso).

Ecco, per questo ho deciso di pubblicare un pezzo che avevo scritto di getto, presa dall’irritazione, un po’ di tempo fa (vedi il post precedente a questo). Così, per farmi un po’ male, e allo stesso tempo per crogiolarmi nella rabbia di quelle parole che, una volta scritte, mi avevano lasciato in bocca il sapore della vittoria, perlomeno morale.

E ora? Ora come sto?

Credo che il mio stato d’animo sia racchiuso in alcuni versi, fulminanti, dell’ultima bellissima canzone di Carmen Consoli, “Guarda l’alba”:

“Tutto inizia
invecchia
cambia forma
amore, tutto si trasforma
persino il dolore più atroce si addomestica”

Purtroppo, è tutto tristemente vero.

Mi dispiace tanto, A. Credo di averti davvero amato, un tempo. Ma poi mi sono persa, come sempre. La paura evidentemente mi sale al cervello, mi devasta il cuore.

Buon Natale, A.

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Confessioni mancate

Quando ti chiedo di te, e tu hai così paura che non ti sogni nemmeno di chiedermi di me. Non ti piacerà ritrovarti nel caos delle mie frasi… Ah, giusto, tanto non mi leggi mai. Nemmeno sai cosa faccio, cosa desidero, cosa penso. Come sono. Che stupida, a chiederti di te. Ma allora perché, nella solitudine rallentata delle ore pomeridiane, mi chiedi: “Tutto bene?”. Cosa ti interessa, che tanto non ti interessa? Tieniti la tua cortesia, risparmiamela. Fammi aprire la porta e uscire nell’aria fresca di momenti solo miei, di ore solo per me ripulite di finti interessamenti altrui, finalmente. Sono una rosa, e tu non lo sai. Meglio che mi coltivi da sola, qualcuno mi ha insegnato che cattivi giardinieri inaridiscono inevitabilmente i più floridi giardini.

Sguardi che strisciano furtivi nel clamore di una festa. A cosa servono, a cosa mirano? A nulla: l’inutilità e la pesantezza di un gesto, di un contatto non sentito, cercato ma in realtà non voluto. Perché? Perché cercare la quantità dimenticandosi della qualità? Perché “niente legami” deve per forza non far rima con “rispetto”, “dolcezza”, “gentilezza”? Dici che non hai paura: permettimi di sorridere ad una risposta del genere. Mi cerchi e poi mi attacchi: non lo sai che chi ha paura attacca per primo? Non lo sai. Perché mi parli di sciocchezze e mi prometti un seguito di racconti su di te, quando sai benissimo che non lo farai? Perché la mia gola acciaccata è l’unica cosa di cui possiamo permetterci di parlare?

Io sono la più forte, lo so benissimo. L’età non conta e non ha mai contato. I miei occhi ti guardano, e più di quanto tu pensi. I tuoi nemmeno mi vedono. Il mio valore volerà da un’altra parte, prima o poi. In attesa delle tue confessioni mancate, ti lascio le mie.

Rossana Campo, “Mai stata così bene”

“Io per esempio quando scopo con uno mi sembra sempre di dover scegliere fra rinunciare a me stessa o a una scopata. In genere finisco sempre per rinunciare a me stessa.

Deve avere a che fare con questo. Voglio dire, a me per esempio mi capita di pensare, avrò fatto la cosa giusta, avrò detto la cosa giusta? Sarò stata il tipo di donna che può piacergli? E poi pian piano cerco di modificarmi di conseguenza…

È che io per esempio sono troppo assetata d’amore per permettermi di essere me stessa. Per questo devo scegliere se essere me stessa o essere amata.”

Parla piano

Parla piano e poi
non dire quel che hai detto già,
le bugie non invecchiano,
sulle tue labbra aiutano,
tanto poi
è un’altra solitudine specchiata,
scordiamoci di attendere
il volto per rimpiangere

Parla ancora e poi
dimmi quel che non mi dirai,
versami il veleno di
quel che hai fatto prima

Su di noi
il tempo ha già giocato, ha già scherzato,
ora non rimane che
provar la verità

Che ti dà, che ti dà
nascondere negli angoli,
dire, non dire,
il gusto di tradire una stagione.
Sopra il volto tuo
pago il pegno di
volere ancora avere,
ammalarmi di te,
raccontandoti di me…

Quando ami qualcuno
meglio amarlo davvero e del tutto
o non prenderlo affatto,
dove hai tenuto nascosto finora chi sei?

Cercare, mostrare, provare una parte di sè,
un paradiso di bugie

La verità non si sa, non si sa
come riconoscerla,
cercarla nascosta
nelle tasche, i cassetti, il telefono

Che ti dà, che mi dà
cercare dietro gli angoli,
celare i pensieri,
morire da soli
in un’alchimia di desideri

Sopra il volto tuo
pago il pegno di
rinunciare a me
non sapendo dividere,
dividermi con te

Che ti dà, che mi dà
affidarsi a te, non fidandomi di me…

Sopra il volto tuo
pago il pegno di
rinunciare a noi,
dividerti soltanto
nel volto del ricordo

Carta velina

Stasera mi sento tristemente vuota. In verità è da parecchie, innumerevoli settimane che mi sento così. Niente. Sono solo un nome, un volto. Il mio cuore ha la consistenza/inconsistenza della carta velina. Se provi a entrare da una narice e ti affacci, è tutto buio, puoi sentire l’eco. L’unica cosa che trabocca dagli occhi sono lacrime e solitudine. E tanta, tanta frustrazione.

Ho come l’impressione di stare attraversando una di quelle terribili fasi della vita in cui tutti ti guardano con impazienza, ti incitano a meravigliarli, a far loro vedere veramente chi sei, cosa vuoi fare nella vita, se sai farti valere. Si aspettano ormai che tu sia finalmente diventato grande, maturo e consapevole di chi o cosa vuoi essere. Hanno sempre visto del potenziale in te, hanno sempre intuito nei tuoi gesti un futuro promettente che ora si aspettano imboccherai urlandolo finalmente al mondo. Niente di più sbagliato, nel mio caso.

Mi sento come se mi ritrovassi improvvisamente catapultata in mezzo ad una maratona, mi ritrovo a correre senza sapere bene per chi e perché. Il mio sguardo disorientato vaga tra la folla, ma vede solo sguardi concitati che mi urlano addosso: “Avanti! Corri più forte! Produci! Si’ propositivo! Facci vedere chi sei e cosa sai fare! Fatti venire delle idee brillanti, non vedi che qui tutti ne hanno almeno mille al secondo? Spicciati, che se no ti sorpassano! Ahi ahi, lo stanno già facendo… Stai perdendo!”. Allarmata, mi guardo intorno, e in effetti mi accorgo che vado sempre più lenta. Ormai il resto dei corridori, così ben preparati e sicuri di sè, si allontana sempre di più. I miei muscoli si rilassano, non vogliono saperne di riprendere il ritmo. Non ce la fanno.

Non ce la faccio. Mi dispiace.

È l’anno della tesi. È l’anno del tirocinio. È l’anno in cui CrossingTV ha deciso, per l’ennesima volta, di dare una svolta alla sua breve vita e di cominciarne una nuova: si diventa un’impresa, ora. Insomma, è l’ora di produrre, e stavolta seriamente. Credo che non ci siano persone meno indicate di me nel “produrre” e nell’essere “propositivi” a comando. Queste esaltanti qualità le leggo negli occhi, invece, dei nuovi arrivati, dei brillantissimi ragazzi pieni di idee, proposte, ambizioni, interessi, conoscenze utili e interessanti.

Mi sento addosso il tatuaggio dell’inutilità, mi sento come il foglio appallottolato che aspetta solo che qualcuno si ricordi della sua presenza per buttarlo nel cestino. È terribile.

Guardo questi volti così sicuri di sè, così sereni e convinti di potercela fare, di avere il mondo in pugno, così capaci di correre per raggiungere la meta, volti che non hanno tutte le paure insensate che ho io, volti che non vedono ostacoli ma solo aria fresca, che non sentono le fitte e i cedimenti interiori che invece io avverto costantemente in me. Sono volti ben strutturati, con mattoni evidentemente più solidi dei miei. Sono volti forti di opinioni ragionevoli e sempre condivise da tutti (ma a cosa serviranno mai, tutte queste opinioni? E poi, ci credono veramente in quello che affermano, o lo dicono solo per fare piacere al capo, che così si convince di quanto sono bravi e di quanto abbiano capito tutto?). Guardo tutto questo e mi chiedo: sono io ad essere troppo fragile o loro a non farsi mai delle domande? Sono loro quelli sani o io quella davvero umana?

Ho troppa paura di vivere, lo so. O forse ho troppa paura di scoprire che il mio modo di vivere, di intendere la vita, le riflessioni, le idee, i credo più profondi e scandagliati, la costruzione di me e la comprensione di quello che sono o credo di essere, sia un viaggio lento, una passeggiata al ritmo dell’anziano, del treno merci, delle nuvole in un mattino di bonaccia. Insomma, temo di sapere già che il mio modo non è il loro modo, e forse non lo sarà mai.

Forse rimarrò incompresa per questo. O forse dovrò accettare il lutto che seguirà alla perdita inevitabile e necessaria di questo mio modo di essere, di questa parte di me, per potermi finalmente adeguare ad una società, ad un lavoro, ad un gruppo che vuole altro. Per la me di adesso, forse, non c’è posto.

Pensando agli avvenimenti di questi giorni…

Mentre gli studenti occupano, i ricercatori salgono sui tetti e gli immigrati senza permesso di soggiorno salgono sulle gru, mentre il presente e il futuro si fanno sempre più precari…

Amore mio

non ci resisto,

io non ci resisto,

vorrei convincerti a raggiungermi,

ma non insisto

tu riesci ancora a non vedere

solo il lato brutto,

io invece ho smesso e devo andare,

grazie di tutto.